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Visualizzazione post con etichetta Percorso sulle emozioni. Mostra tutti i post
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martedì 3 aprile 2018

Percorso sulle emozioni

Questo è un post che avevo pubblicato tempo fa, ma suddiviso in sei parti per l'impegno e la probabile pesantezza del discorso (lo potete trovare le sei parti nella rubrica Percorso sulle emozioni).
Ebbene, ho voluto unificare le sei parti per offrire una visione completa dell'argomento. È ovvio che il post è un poco più impegnativo di quelli che solitamente pubblico, tuttavia, dopo la pubblicazione, sarà a disposizione accanto a quello sul Linguaggio Grafico-Figurativo nel bambino/a dai tre ai sei anni., ecco il link, per poterlo consultare quando se ne ha il tempo e la voglia.

Le emozioni...
In estrema sintesi e con parole semplici, cerchiamo di esplorare un po' cosa sono, come si manifestano, eccetera, eccetera.
Cosa significa la parola emozione? Dal lat. tardo emotio da emovéo "smuovere" attraverso il fr. émotion (1534), in it. arriva entro l'inizio del Settecento: forte moto dell'animo.
  • Le emozioni sono risposte a stimoli interni o esterni a me. Le emozioni sono caratterizzate da manifestazioni fisiche legate alla percezione che si ha di quella data situazione, sia che si attui in uno spazio esterno a me o interno a me. Insomma, un evento, sia che avvenga nell'ambiente intorno a me (esterno) o nel mio spazio mentale (interno), mi procura una emozione in base a come io lo percepisco. 
Esempio, per stare in tema col post di ieri:
Devo fare un lungo viaggio in aereo.
Questo evento può provocarmi diverse tipologie di emozione: dall'euforia, all'angoscia, passando dalla gioia, allo stupore, alla paura eccetera, secondo a come percepisco l'evento medesimo.
  • È facile quindi comprendere che il modo di percepire un determinato evento, sia esterno che interno a me, condizioni poi altre manifestazioni psicologiche come può essere il comportamento, l'attenzione, la memoria e via discorrendo. 
Ritornando all'esempio sopra-descritto:
Sono così entusiasta che non vedo l'ora di salire sull'aereo e il mio cuore batte all'impazzata dalla gioia. 
Sono così spaventata che vorrei fuggire dall'aeroporto e mi sento il cuore in gola dalla paura.
  • Un autore, Paul Ekman (psicologo statunitense, uno dei più autorevoli del ventesimo secolo)  ha differenziato sei tipologie di emozioni (che lui definisce primarie e dalle quali deriverebbero tutte le altre, con le più svariate sfumature) sostenendo poi che queste emozioni - comuni a tutti i popoli e culture della terra e identificabili attraverso un linguaggio mimico-facciale - sono un vero e proprio meccanismo automatico in grado di darci informazioni su come viviamo un determinato evento e aiutarci a rispondere al cambiamento. È superfluo ricordare ancora che ciò che scatena le emozioni (il modo di percepire un evento), invece, non sia affatto universale ma, al contrario, sia alquanto soggettivo.
  • Le sei tipologie di emozioni descritte da Ekman sono: rabbia, disgusto, tristezza, gioia, paura, sorpresa e ovviamente tutte le loro infinite variabili.

La piramide di Maslow. Emozioni. Parte 2°

  • Le emozioni - connesse strettamente alle percezioni/sensazioni, ai pensieri e azioni - non sono da catalogare in "buone" o "cattive", perché tutte, e tutte le loro sfumature, sono, per noi, di grande utilità in quanto ci aiutano a individuare eventuali pericoli esterni e a capire cosa è importante per noi. In definitiva, le emozioni ci danno informazioni sui nostri veri bisogni.
  • Abraham Maslow,  (psicologo statunitense), con i suoi studi sui bisogni umani, raccolti nella sua opera: Una teoria della motivazione umana, elenca una "gerarchia di bisogni" (inizialmente cinque, in seguito diventarono otto) attraverso i quali ogni individuo può raggiungere la piena realizzazione di sé passando attraverso vari step. Di seguito analizzeremo la piramide di Maslow con i suoi cinque livelli dei bisogni umani. 
  • Secondo la struttura di tale piramide alla base ci stanno i bisogni materiali-primari e mano mano si sale si  incontrano i bisogni sempre più immateriali-spirituali. Quindi, il processo ascendente va dalla soddisfazione dei bisogni primari-materiali a quelli più strettamente immateriali-spirituali. Solo se soddisfatti quelli dello step precedente o inferiore, si sente il bisogno di quelli dello step seguente o superiore.
  • Bisogni fisiologici. Bisogni che ogni essere umano deve soddisfare per garantire la propria sopravvivenza: aria-acqua-cibo-sonno.
  • Bisogni di sicurezza. Soddisfatti i bisogni fisiologici, l’essere umano si preoccupa della propria sicurezza e incolumità: casa-protezione-ordine-sicurezza-legge-stabilità.
  • Bisogni di Appartenenza. Soddisfatte le necessità dei due step precedenti, l’essere umano sente il bisogno di appartenenza e di amore. L’assenza della loro soddisfazione potrebbe portare a forme di ansia e depressione: famiglia-amici-accettazione-gruppi sociali-interagire e comunicare con gli altri.
  • Bisogni di stima. Soddisfazione affettiva-familiare, amicale, in ambito professionale e privato, fiducia nelle proprie capacità: -rispetto da parte degli altri-lavoro/studio-responsabilità.
  • Bisogni di auto-realizzazione. A questo punto della piramide ci stanno i bisogni che riguardano le sfide intellettuali necessarie per accrescere la propria intelligenza e la comprensione del mondo medesimo: identificazione-consapevolezza di sé-percepire che la vita ha un senso- desiderio di esplorare, conoscere, scoprire-fare nuove esperienze.
  • Bisogni estetici. Soddisfatti questi primi cinque fondamentali bisogni, gli esseri umani vengono motivati a successivi bisogni: estetica-equilibrio-bellezza-arte-musica.
  • Realizzazione di sé stessi. Lo step successivo riguarda il bisogno di essere totalmente e pienamente realizzato e cioè essere il meglio di ciò che si può essere. (Maslow affermava che: “Ciò che un uomo può essere, deve esserlo”): continua crescita di sé-piena soddisfazione in tutti gli ambiti della vita.
  • Trascendenza. Questo ultimo step è raggiunto solamente se pienamente raggiunti e quindi appagati i bisogni degli altri sette step. Questo è il bisogno di aiutare gli altri a realizzarsi a loro volta: altruismo.
Lasciando perdere tutte le variabili di tale teoria, questo studio ci fa comprendere quanto la soddisfazione dei bisogni stia alla base di una buona vita emotiva.
In altre parole, quando percepiamo che i nostri bisogni siano soddisfatti o stiano per esserlo proviamo delle emozioni positive, al contrario proviamo emozioni negative, che, se non riconosciute, a lungo andare, possono portare a veri malesseri.
  • È importante, quindi, accogliere e conoscere le nostre emozioni, perché l'evitarle o sfuggirle può condurre a malesseri più o meno intensi/gravi. E poi, diciamocelo, possiamo evitare o sfuggire un evento esterno a noi, molto più difficoltoso è sfuggire o evitare un pensiero o una sensazione. 
In poche parole, prima le conosciamo e le accogliamo, 'ste benedette emozioni, e meglio è.


Marshall Bertram Rosenberg. Le parole sono finestre oppure muri. Emozioni. Parte 3°

  • Cerchiamo e riconosciamo in noi i nostri bisogni per poter prendercene cura. 
  • Adottiamo strategie utili al loro soddisfacimento in base al nostro modo di essere, ai nostri valori, ai nostri principi al nostro stile di vita, poiché i mezzi per soddisfare un bisogno sono tanti, a noi spetta di scegliere il mezzo più idoneo per me.
  • Non confondiamo il bisogno con l'aspettativa, poiché spesso, se non sempre, siamo convinti che chi ci sta davanti pensi e viva esattamente come me. Questo atteggiamento, oltre che creare conflitti infiniti e malesseri, crea equivoci da entrambe le parti. 
  • Come già detto nel post precedente, il bisogno ci accomuna a tutti gli esseri umani, quindi "sul bisogno" non può esserci giudizio/conflitto.
  • Esprimiamo, quindi, il nostro bisogno in modo chiaro, semplice, diretto, concreto. Solo così si avvia un vero confronto, una vera comunicazione, senza ombra di giudizio. Perciò, affermiamo: «Adesso ho bisogno di... » e non: «Adesso ho bisogno che tu o voi... ». 
A questo proposito ci viene in aiuto Marshall Rosemberg che nella sua comunicazione non violenta (CNV) afferma che tale comunicazione è risolutiva di conflitti in quanto si basa sul convincimento che tutti gli esseri umani sperimentano la capacità della compassione (soffrire con l'altro). 
Questa comunicazione, CNV, si concentra su tre aspetti della comunicazione: 
L'auto-empatia (consapevole e compassionevole esperienza interiore). 
L'empatia (ascoltare l'altro con profonda compassione). 
L'auto-espressione onesta (esprimersi in modo autentico e vero).
In sintesi, accogliamo ciò che avviene nell'altro con empatia, senza ascoltare né giudizi né critiche.
Mentre i quattro punti chiave dell CNV sono:
  • Osservazione oggettiva dei fatti. Comunicare i fatti, avulsi da qualsiasi giudizio o valutazione.
  • Dichiarazione delle sensazioni che questi fatti creano in me.Comunicare apertamente ciò che sento. «Ho paura». «Sono nervosa». «Sono contrariata». «Sono demoralizzata». «Sono delusa». «Non sono a mio agio»...
  • Dichiarazione dei bisogni non soddisfatti (che stanno alla base delle mie emozioni/percezioni).  Comunicare ciò di cui ho bisogno in quel momento.
  • Richiesta. Comunicare ciò che desidero che l'altro faccia per rendere la mia vita più bella. Comunicare le mie aspettative senza colpevolizzare o giudicare.
"La violenza è l'espressione tragica di bisogni non soddisfatti. È la manifestazione dell'impotenza e/o della disperazione di una persona talmente priva di risorse da pensare che le proprie parole non siano sufficienti a farsi capire. Allora attacca, grida, aggredisce".  Marshall Bertram Rosenberg. 

Goleman e Gottman: l'allenatore emotivo. Emozioni. Parte 4°

Perché questi tre post precedenti? A che scopo?
In realtà i tre post precedenti sono un preambolo per arrivare, oggi, ad affermare che come insegnanti e come genitori, oltre che come persone che, volenti o no, si pongono in relazione, è importantissimo "allenarci" e "allenare" emotivamente per... per poter far fronte agli alti e bassi della nostra e dell'altrui vita e vivere così una vita migliore.
Ma come si diventa genitori/insegnanti "allenatori emotivi?".
Dalla nostra abbiamo professori autorevoli che ci tracciano la via.
Per esempio, John Gottman, che richiama il pensiero reso popolare da un altro eminente professore: Daniel Goleman, colui che ha espressamente rilevato e dichiarato che l'intelligenza emotiva (la conoscenza di sé, l'empatia ecc.) - sottovalutata per molto tempo a favore del Quoziente d'intelligenza (QI) - è di grande importanza poiché influenza e non poco la vita umana. Gottman, si diceva, classifica i genitori - e quindi anche gli insegnanti - in quattro tipologie: noncuranti, censori, lassisti e allenatori emotivi.

  • Noncuranti. Sono genitori/insegnanti che sminuiscono, sottovalutano o ignorano le emozioni negative dei figli/allievi.
  • Censori. Sono genitori/insegnanti che giudicano, criticano e persino puniscono i figli/allievi per le manifestazioni emotive espresse più o meno palesemente.
  • Lassisti. Sono genitori/insegnanti che, pur accettando le manifestazioni emotive dei figli/allievi, non sono in grado di dare loro una direzione, una soluzione al problema e non sanno contenere o porre limiti al loro comportamento.
  • Allenatori emotivi. Sono genitori/insegnanti che:
- Non si oppongono alle manifestazioni emotive dei loro figli/allievi (collera, paura, tristezza...).                                                                                                                                                                    
- Non ignorano tali manifestazioni.
                                                                                         
- Riconoscono in quell'emozione l'opportunità di dialogo-insegnamento-intimità con il figlio/allievo.
                                                                                 
- Ascoltano con empatia(nei panni di)-partecipazione emozioni-sentimenti del figlio/allievo.

- Aiutano il figlio/allievo a esprimere "cosa sta provando in quel momento".

- Pongono limiti al loro comportamento, mentre impartiscono "lezioni di vita" cercando insieme strategie e soluzioni al problema del momento.

Ellis e Di Pietro. REBT e Educazione Razionale Emotiva. Emozioni Parte 5°


Nei post precedenti abbiamo parlato di emozioni, bisogni, comunicazione non violenta e importanza di un buon allenamento emotivo.
Abbiamo ormai chiaro l'importanza di conoscere e riconoscere le emozioni che si muovono dentro noi e dentro i nostri bambini, emozioni che ci rimandano ai nostri bisogni.
Abbiamo ben chiaro l'utilità d'imparare a nominare le emozioni, per poterle gestire al meglio. Tuttavia, se per noi adulti è più facile riconoscere e nominare una nostra emozioni, per i bambini non è così.
Sappiamo, infatti, che per un bambino non è facile riconoscere e soprattutto dare un nome all'emozione provata, poiché il suo cervello è ancora in fase di crescita, quindi utilizza il solo modo che conosce per esprimerla e cioè attraverso un'azione.
Es: è triste o ha paura o è arrabbiato, che cosa fa? Passa all'azione: piange, urla o fa capricci, eccetera.
Con l'aiuto di questi due autorevoli psicologi, approfondiamo l'argomento.

LA REBT di Albert Ellis

La Terapia Comportamentale Razionale Emotiva (REBT) è una teoria psicologica che negli ultimi quarant'anni ha avuto un notevole influsso sulla psicoterapia.
Al contrario di molte altre Scuole, la REBT ha alla base principi semplici, straordinariamente efficaci e facilmente trasmissibili. Al punto che i terapeuti sono soliti fornire ai pazienti sintesi semplificate della teoria REBT perché già queste conoscenze di per sé formano un'ottima base per il processo terapeutico.
Il presupposto da cui parte Ellis è che, se noi riusciamo a pensare in modo razionale, la forza traumatica di qualunque evento si svuota del suo potenziale ansiogeno. Infatti, varie forme di disagio psicologico ed emotivo non vengono determinate dalle caratteristiche dell'evento attivante in sé, ma dai pensieri, spesso distorti e irrazionali, per mezzo dei quali lo interpretiamo e gli assegniamo un significato esageratamente disturbante.
Gli assunti principali della REBT. possono essere sintetizzati nei seguenti punti:
→Nella maggior parte dei casi il modo in cui ci sentiamo (emotivamente) e il modo in cui ci comportiamo sono la risultante di ciò che pensiamo.
→Un modo di pensare inadeguato (illogico, distorto, irrazionale) porta a problemi emotivi e comportamentali.
→Problemi emotivi e comportamentali possono essere superati imparando a sostituire pensieri irrazionali con pensieri razionali. 
Da www.educazione-emotiva.it

Per sintetizzare, ci verrebbe da dire che dobbiamo imparare a "pensare positivo" e "far imparare a pensare positivo" attraverso pensieri R A Z I O N A L I, che in questo modo privano ogni situazione-evento-fatto del loro elemento ansiogeno. Ma facciamo un passettino in più.

    L'EDUCAZIONE RAZIONALE EMOTIVA IN PRATICA di Mario Di Pietro

    Attuare un processo di alfabetizzazione emotiva significa insegnare al bambino l'A.B.C delle mie emozioni. Il modello dell'emozione adottato nell'ambito dell' educazione emotiva include i tre elementi che intervengono in qualsiasi manifestazione emotiva.
    →Al punto A si considera l' evento attivante la situazione vissuta dall'individuo.
    →Al punto C troviamo la sua reazione emotiva e comportamentale.
    →Fra A e C interviene il punto B, ossia la propria rappresentazione mentale della realtà, il proprio modo di pensare, ovvero di interpretare e valutare, dentro la propria testa, ciò che è avvenuto al punto A. 
      L'A B C delle emozioni, se insegnato precocemente al bambino, costituisce il primo passo per una vera e propria vaccinazione emotiva, in quanto viene fornito uno strumento che lo metterà in grado di comprendere le proprie reazioni emotive negative per poterle successivamente trasformare.
      Ciò non vuol dire che non proverà più emozioni spiacevoli, ne farà senz'altro esperienza di tanto in tanto, ma anziché essere sopraffatto da esse, sarà in grado di dominarle.

      L'Educazione Razionale Emotiva riconosce che le emozioni, anche quelle negative, hanno un loro valore legato alla sopravvivenza della specie. Così come il dolore fisico ci comunica che qualcosa sta nuocendo al nostro corpo, anche il disagio emotivo funge da segnale che ci avverte dell'opportunità di mobilitare le nostre risorse per fronteggiare la situazione.
      Se però questo disagio emotivo si fa troppo intenso ne saremo sopraffatti e non saremo più in grado di attivare, in modo efficace, le nostre risorse personali.
      L'intento dell'Educazione Razionale-Emotiva non è quindi eliminare ogni emozione spiacevole, ma minimizzare l'impatto che tali emozioni hanno sulla vita dell'individuo, favorendo nel contempo la massimizzazione di emozioni positive
      Solitamente un programma di Educazione Razionale Emotiva si sviluppa attraverso tre fasi.
      • Innanzitutto si cerca di aiutare il bambino a riconoscere, a identificare le proprie emozioni, a essere consapevole di come si sente quando prova un certo disagio emotivo.
      • Poi si tratta di aiutarlo a identificare il rapporto esistente fra modo di sentirsi e modo di pensare e a rendersi conto che se si sente in un certo modo è perché pensa secondo determinate modalità.
      • Infine, si cercherà di aiutare il bambino ad intervenire su quei meccanismi mentali che sono alla base di emozioni disfunzionali, operando una trasformazione all'interno della propria mente e quindi cambiando qualcosa nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui parla a sé stesso quando interpreta e valuta ciò che gli accade. E` ciò che con un termine tecnico viene chiamata ristrutturazione cognitiva. 
      → Probabilmente nessuno penserebbe di poter insegnare a un bambino a nuotare se egli stesso non fosse neanche in grado di rimanere a galla in una piscina. Sarebbe quindi un'impresa altrettanto ardua per un insegnante cercare di far apprendere ai propri alunni come fronteggiare le emozioni negative, se egli prima non avesse acquisito una certa padronanza in tale abilità. Per questo un piano di attuazione di un programma di educazione emotiva dovrebbe sempre iniziare con un lavoro che l'insegnante fa su sé stesso.
      Ciò non significa reprimere le proprie emozioni, ma trasformarle agendo sul meccanismo che determina l'insorgere e il perdurare di stati emotivi negativi. Come abbiamo visto tale meccanismo è dentro la nostra testa ed è costituito dai nostri stessi pensieri. Acquisire la capacità di fronteggiare le emozioni negative significa quindi imparare a riconoscere e a trasformare i propri pensieri irrazionali
      Tale processo implica le seguenti fasi:
      →Consapevolezza dell'insorgere di uno stato d'animo negativo.
      →Riconoscimento dei pensieri che precedono e accompagnano il manifestarsi di tale stato d'animo.
      →Individuazione dei pensieri nocivi o irrazionali.
      →Correzione e trasformazione di tali pensieri disfunzionali attraverso il ragionamento.
      →Ricorso continuo a nuovi modi di pensare più adeguati al fine di sperimentare reazioni emotive e comportamentali più funzionali alla situazione. 
      Da www.educazione-emotiva.it
        Per sintetizzare, ci verrebbe da dire che, anzitutto, dobbiamo impararlo noi, genitori/insegnanti, l'A.B.C delle mie emozioni, solo così possiamo fare imparare questo mini-alfabeto ai nostri bambini. 
        Ma facciamo un passettino in più e andiamo alla pratica. Parliamo di giochi.
        Ricordate il bel giochetto fatto in occasione della festa del papà? Ecco il link.

        Ora, per far conoscere, riconoscere e nominare le emozioni, replichiamo questo gioco con la parola emozione, facendo ripensare al momento in cui si è vissuta. Es: Stamattina quando il tuo amico ti ha portato via il gioco hai urlato, perché? Cos'hai provato? 
        E quindi:
        Se la tua emozione fosse un animale sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un fiore sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un colore sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un frutto sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un dolce sarebbe...
        Se la tua emozione fosse una forma sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un personaggio delle fiabe sarebbe... eccetera, eccetera, eccetera.
        Che ve ne pare? 
        Vi assicuro che questo gioco piacerà tantissimo e si presterà per far sì che i bambini comincino a familiarizzare con le proprie emozioni e farle uscire in un modo del tutto nuovo e più consapevole. 
        Se poi faremo esprimere queste loro risposte attraverso il disegno, l'attività pittorica, drammatica, musicale, be' avremmo un buon punto di partenza per poter realizzare con loro un buon allenamento emotivo e una buona educazione razionale emotiva pratica.

        Validare, dare significato e regolare le emozioni


        Prime settimane di scuola e la scuola scoppia di emozioni. I bambini non sanno dare voce alle loro emozioni, non sanno raccontarle ed ecco emergere e dilagare grida, pianti sommessi o urlati, comportamenti provocatori, oppositivi, disturbi psicosomatici, insomma di tutto e di più.
        È importante che l'adulto (genitore, insegnante) sappia validare, dare significato, orientare e regolare queste emozioni "ribelli":
        • Dimostrando al bambino di riconoscere la sua emozione.
        • Chiedendogli di raccontare ciò che lo disturba in quel momento.
        • Cercando di fargli prendere coscienza di cosa ha scatenato in lui quella specifica emozione. 
        Molto utili, al fine di offrire al bambino esempi concreti e non solo parole astratte, sono:
        • I racconti, le fiabe attraverso le quali il bambino riconosce e rielabora le sue stesse emozioni.
        • L'uso di burattini, là dove il burattino inizia a dialogare col bambino e attraverso quel dialogo fa comprendere, orienta e spiega il perché di tali emozioni.
        • La drammatizzazione, soprattutto quella del cambio dei ruoli.
        • La rappresentazione pittorica e/o grafica. 



        sinforosa castoro

        sabato 8 luglio 2017

        Riso e pianto

        Gironzolando di qua e di là si leggono davvero dei bei post e proprio questi due post mi hanno suggerito una riflessione e una rilettura di due atteggiamenti comuni a molte persone: il sorriso e il pianto.
        Patrica ci mette in guardia dal giudicare le apparenze: un sorriso è veramente tale o nasconde una sofferenza? Mentre Gus, in questo post, ci parla del pianto.
        Andando un po' più a fondo e partendo dal pianto.
        Seneca diceva che Non c'è motivo più grande per piangere del non poter piangere.

        • Il pianto stimola le endorfine nel cervello, ormoni che alleviano il dolore e donano pace e rilassamento.
        • Chi non teme di piangere è una persona certamente più libera da quei condizionamenti socio-culturali che indicano nel pianto un punto di debolezza. 
        • Chi piange è una persona che lascia libertà alle proprie emozioni, non le reprime, non le nasconde, non si vergogna di provare tristezza/paura/angoscia.
        • Col pianto il soggetto si mette a nudo. È un modo implicito per chiedere aiuto.
        Il sorriso, invece, può essere davvero segno di serenità e benessere, ma anche di sofferenza trattenuta, di sofferenza mascherata per un senso di disagio, di pudore ed è ovvio che un sorriso del genere non farà altro che tenere alla larga coloro che invece potrebbero aiutare.
        •  C'è chi preferisce mascherare la propria sofferenza, il proprio disagio perché non riesce a individuare qual è il proprio disagio.
        •  C'è chi lo maschera per un senso di vergogna. (quante persone ancor oggi non vogliono far trapelare uno stato di depressione, di malessere psicologico).
        • C'è chi lo fa per non preoccupare i propri cari.
        • C'è chi sfugge al malessere caricandosi di lavoro e lavoro e lavoro. 
        Tutti questi atteggiamenti non fanno che "coprire", "accantonare" le emozioni negative, che non scompaiono per magia da sole e che prima o poi vengono a galla, e allora bisognerà guardarle in faccia apertamente per poterle riconoscerle, accettarle e risolvere.
        Vi rimando a questi post.






        sinforosa castoro

        martedì 11 ottobre 2016

        Validare, dare significato e regolare le emozioni

        Prime settimane di scuola e la scuola scoppia di emozioni. I bambini non sanno dare voce alle loro emozioni, non sanno raccontarle ed ecco emergere e dilagare grida, pianti sommessi o urlati, comportamenti provocatori, oppositivi, disturbi psicosomatici, insomma di tutto e di più.
        È importante che l'adulto (genitore, insegnante) sappia validare, dare significato, orientare e regolare queste emozioni "ribelli":
        • Dimostrando al bambino di riconoscere la sua emozione.
        • Chiedendogli di raccontare ciò che lo disturba in quel momento.
        • Cercando di fargli prendere coscienza di cosa ha scatenato in lui quella specifica emozione. 
        Molto utili, al fine di offrire al bambino esempi concreti e non solo parole astratte, sono:
        • I racconti, le fiabe attraverso le quali il bambino riconosce e rielabora le sue stesse emozioni.
        • L'uso di burattini, là dove il burattino inizia a dialogare col bambino e attraverso quel dialogo fa comprendere, orienta e spiega il perché di tali emozioni.
        • La drammatizzazione, soprattutto quella del cambio dei ruoli.
        • La rappresentazione pittorica e/o grafica. 


        Dalla rete

        sinforosa castoro

        martedì 8 settembre 2015

        Ellis e Di Pietro. REBT e Educazione Razionale Emotiva. Emozioni Parte 5°

        Segue...  dal post precedente

        Nei post precedenti abbiamo parlato di emozioni, bisogni, comunicazione non violenta e importanza di un buon allenamento emotivo.
        Abbiamo ormai chiaro l'importanza di conoscere e riconoscere le emozioni che si muovono dentro noi e dentro i nostri bambini, emozioni che ci rimandano ai nostri bisogni.
        Abbiamo ben chiaro l'utilità d'imparare a nominare le emozioni, per poterle gestire al meglio. Tuttavia, se per noi adulti è più facile riconoscere e nominare una nostra emozioni, per i bambini non è così.
        Sappiamo, infatti, che per un bambino non è facile riconoscere e soprattutto dare un nome all'emozione provata, poiché il suo cervello è ancora in fase di crescita, quindi utilizza il solo modo che conosce per esprimerla e cioè attraverso un'azione.
        Es: è triste o ha paura o è arrabbiato, che cosa fa? Passa all'azione: piange, urla o fa capricci, eccetera.
        Con l'aiuto di questi due autorevoli psicologi, approfondiamo l'argomento.

        LA REBT di Albert Ellis
        La Terapia Comportamentale Razionale Emotiva (REBT) è una teoria psicologica che negli ultimi quarant'anni ha avuto un notevole influsso sulla psicoterapia.
        Al contrario di molte altre Scuole, la REBT ha alla base principi semplici, straordinariamente efficaci e facilmente trasmissibili. Al punto che i terapeuti sono soliti fornire ai pazienti sintesi semplificate della teoria REBT perché già queste conoscenze di per sé formano un'ottima base per il processo terapeutico.
        Il presupposto da cui parte Ellis è che, se noi riusciamo a pensare in modo razionale, la forza traumatica di qualunque evento si svuota del suo potenziale ansiogeno. Infatti, varie forme di disagio psicologico ed emotivo non vengono determinate dalle caratteristiche dell'evento attivante in sé, ma dai pensieri, spesso distorti e irrazionali, per mezzo dei quali lo interpretiamo e gli assegniamo un significato esageratamente disturbante.
        Gli assunti principali della REBT. possono essere sintetizzati nei seguenti punti:
        →Nella maggior parte dei casi il modo in cui ci sentiamo (emotivamente) e il modo in cui ci comportiamo sono la risultante di ciò che pensiamo.
        →Un modo di pensare inadeguato (illogico, distorto, irrazionale) porta a problemi emotivi e comportamentali.
        →Problemi emotivi e comportamentali possono essere superati imparando a sostituire pensieri irrazionali con pensieri razionali. 
        Da www.educazione-emotiva.it

        Per sintetizzare, ci verrebbe da dire che dobbiamo imparare a "pensare positivo" e "far imparare a pensare positivo" attraverso pensieri R A Z I O N A L I, che in questo modo privano ogni situazione-evento-fatto del loro elemento ansiogeno. Ma facciamo un passettino in più.
        L'EDUCAZIONE RAZIONALE EMOTIVA IN PRATICA di Mario Di Pietro
        Attuare un processo di alfabetizzazione emotiva significa insegnare al bambino l'A.B.C delle mie emozioni. Il modello dell'emozione adottato nell'ambito dell' educazione emotiva include i tre elementi che intervengono in qualsiasi manifestazione emotiva.
        →Al punto A si considera l' evento attivante la situazione vissuta dall'individuo.
        →Al punto C troviamo la sua reazione emotiva e comportamentale.
        →Fra A e C interviene il punto B, ossia la propria rappresentazione mentale della realtà, il proprio modo di pensare, ovvero di interpretare e valutare, dentro la propria testa, ciò che è avvenuto al punto A. 
        L'A B C delle emozioni, se insegnato precocemente al bambino, costituisce il primo passo per una vera e propria vaccinazione emotiva, in quanto viene fornito uno strumento che lo metterà in grado di comprendere le proprie reazioni emotive negative per poterle successivamente trasformare.
        Ciò non vuol dire che non proverà più emozioni spiacevoli, ne farà senz'altro esperienza di tanto in tanto, ma anziché essere sopraffatto da esse, sarà in grado di dominarle.

        L'Educazione Razionale Emotiva riconosce che le emozioni, anche quelle negative, hanno un loro valore legato alla sopravvivenza della specie. Così come il dolore fisico ci comunica che qualcosa sta nuocendo al nostro corpo, anche il disagio emotivo funge da segnale che ci avverte dell'opportunità di mobilitare le nostre risorse per fronteggiare la situazione.
        Se però questo disagio emotivo si fa troppo intenso ne saremo sopraffatti e non saremo più in grado di attivare, in modo efficace, le nostre risorse personali.
        L'intento dell'Educazione Razionale-Emotiva non è quindi eliminare ogni emozione spiacevole, ma minimizzare l'impatto che tali emozioni hanno sulla vita dell'individuo, favorendo nel contempo la massimizzazione di emozioni positive
        Solitamente un programma di Educazione Razionale Emotiva si sviluppa attraverso tre fasi.
        • Innanzitutto si cerca di aiutare il bambino a riconoscere, a identificare le proprie emozioni, a essere consapevole di come si sente quando prova un certo disagio emotivo.
        • Poi si tratta di aiutarlo a identificare il rapporto esistente fra modo di sentirsi e modo di pensare e a rendersi conto che se si sente in un certo modo è perché pensa secondo determinate modalità.
        • Infine, si cercherà di aiutare il bambino ad intervenire su quei meccanismi mentali che sono alla base di emozioni disfunzionali, operando una trasformazione all'interno della propria mente e quindi cambiando qualcosa nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui parla a sé stesso quando interpreta e valuta ciò che gli accade. E` ciò che con un termine tecnico viene chiamata ristrutturazione cognitiva. 
        → Probabilmente nessuno penserebbe di poter insegnare a un bambino a nuotare se egli stesso non fosse neanche in grado di rimanere a galla in una piscina. Sarebbe quindi un'impresa altrettanto ardua per un insegnante cercare di far apprendere ai propri alunni come fronteggiare le emozioni negative, se egli prima non avesse acquisito una certa padronanza in tale abilità. Per questo un piano di attuazione di un programma di educazione emotiva dovrebbe sempre iniziare con un lavoro che l'insegnante fa su sé stesso.
        Ciò non significa reprimere le proprie emozioni, ma trasformarle agendo sul meccanismo che determina l'insorgere e il perdurare di stati emotivi negativi. Come abbiamo visto tale meccanismo è dentro la nostra testa ed è costituito dai nostri stessi pensieri. Acquisire la capacità di fronteggiare le emozioni negative significa quindi imparare a riconoscere e a trasformare i propri pensieri irrazionali
        Tale processo implica le seguenti fasi:
        →Consapevolezza dell'insorgere di uno stato d'animo negativo.
        →Riconoscimento dei pensieri che precedono e accompagnano il manifestarsi di tale stato d'animo.
        →Individuazione dei pensieri nocivi o irrazionali.
        →Correzione e trasformazione di tali pensieri disfunzionali attraverso il ragionamento.
        →Ricorso continuo a nuovi modi di pensare più adeguati al fine di sperimentare reazioni emotive e comportamentali più funzionali alla situazione. 
        Da www.educazione-emotiva.it
        Per sintetizzare, ci verrebbe da dire che, anzitutto, dobbiamo impararlo noi, genitori/insegnanti, l'A.B.C delle mie emozioni, solo così possiamo fare imparare questo mini-alfabeto ai nostri bambini. 
        Ma facciamo un passettino in più e andiamo alla pratica. Parliamo di giochi.
        Ricordate il bel giochetto fatto in occasione della festa del papà? Ecco il link:
        http://sinforosacastoro.blogspot.it/2014/03/caro-papa-se-tu-fossi-saresti.html

        Ora, per far conoscere, riconoscere e nominare le emozioni, replichiamo questo gioco con la parola emozione, facendo ripensare al momento in cui si è vissuta. Es: Stamattina quando il tuo amico ti ha portato via il gioco hai urlato, perché? Cos'hai provato? 
        E quindi:
        Se la tua emozione fosse un animale sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un fiore sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un colore sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un frutto sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un dolce sarebbe...
        Se la tua emozione fosse una forma sarebbe...
        Se la tua emozione fosse un personaggio delle fiabe sarebbe... eccetera, eccetera, eccetera.
        Che ve ne pare? 
        Vi assicuro che questo gioco piacerà tantissimo e si presterà per far sì che i bambini comincino a familiarizzare con le proprie emozioni e farle uscire in un modo del tutto nuovo e più consapevole. 
        Se poi faremo esprimere queste loro risposte attraverso il disegno, l'attività pittorica, drammatica, musicale, be' avremmo un buon punto di partenza per poter realizzare con loro un buon allenamento emotivo e una buona educazione razionale emotiva pratica.



        sinforosa castoro

        mercoledì 2 settembre 2015

        Goleman e Gottman: l'allenatore emotivo. Emozioni. Parte 4°

        ... Segue dal post precedente


        Perché questi tre post precedenti? A che scopo?
        In realtà i tre post precedenti sono un preambolo per arrivare, oggi, ad affermare che come insegnanti e come genitori, oltre che come persone che, volenti o no, si pongono in relazione, è importantissimo "allenarci" e "allenare" emotivamente per... per poter far fronte agli alti e bassi della nostra e dell'altrui vita e vivere così una vita migliore.
        Ma come si diventa genitori/insegnanti "allenatori emotivi?".
        Dalla nostra abbiamo professori autorevoli che ci tracciano la via.
        Per esempio, John Gottman, che richiama il pensiero reso popolare da un altro eminente professore: Daniel Goleman, colui che ha espressamente rilevato e dichiarato che l'intelligenza emotiva (la conoscenza di sé, l'empatia ecc.) - sottovalutata per molto tempo a favore del Quoziente d'intelligenza (QI) - è di grande importanza poiché influenza e non poco la vita umana. Gottman, si diceva, classifica i genitori - e quindi anche gli insegnanti - in quattro tipologie: noncuranti, censori, lassisti e allenatori emotivi.

        • Noncuranti. Sono genitori/insegnanti che sminuiscono, sottovalutano o ignorano le emozioni negative dei figli/allievi.
        • Censori. Sono genitori/insegnanti che giudicano, criticano e persino puniscono i figli/allievi per le manifestazioni emotive espresse più o meno palesemente.
        • Lassisti. Sono genitori/insegnanti che, pur accettando le manifestazioni emotive dei figli/allievi, non sono in grado di dare loro una direzione, una soluzione al problema e non sanno contenere o porre limiti al loro comportamento.
        • Allenatori emotivi. Sono genitori/insegnanti che:
        - Non si oppongono alle manifestazioni emotive dei loro figli/allievi (collera, paura, tristezza...).                                                                                                                                                                    
        - Non ignorano tali manifestazioni.
                                                                                                 
        - Riconoscono in quell'emozione l'opportunità di dialogo-insegnamento-intimità con il figlio/allievo.
                                                                                         
        - Ascoltano con empatia(nei panni di)-partecipazione emozioni-sentimenti del figlio/allievo.

        - Aiutano il figlio/allievo a esprimere "cosa sta provando in quel momento".

        - Pongono limiti al loro comportamento, mentre impartiscono "lezioni di vita" cercando insieme strategie e soluzioni al problema del momento.

        Continua...



        sinforosa castoro

        lunedì 31 agosto 2015

        Marshall Bertram Rosenberg. Le parole sono finestre oppure muri. Emozioni. Parte 3°

        ... Segue dal precedente post:

        • Cerchiamo e riconosciamo in noi i nostri bisogni per poter prendercene cura. 
        • Adottiamo strategie utili al loro soddisfacimento in base al nostro modo di essere, ai nostri valori, ai nostri principi al nostro stile di vita, poiché i mezzi per soddisfare un bisogno sono tanti, a noi spetta di scegliere il mezzo più idoneo per me.
        • Non confondiamo il bisogno con l'aspettativa, poiché spesso, se non sempre, siamo convinti che chi ci sta davanti pensi e viva esattamente come me. Questo atteggiamento, oltre che creare conflitti infiniti e malesseri, crea equivoci da entrambe le parti. 
        • Come già detto nel post precedente, il bisogno ci accomuna a tutti gli esseri umani, quindi "sul bisogno" non può esserci giudizio/conflitto.
        • Esprimiamo, quindi, il nostro bisogno in modo chiaro, semplice, diretto, concreto. Solo così si avvia un vero confronto, una vera comunicazione, senza ombra di giudizio. Perciò, affermiamo: «Adesso ho bisogno di... » e non: «Adesso ho bisogno che tu o voi... ». 
        A questo proposito ci viene in aiuto Marshall Rosemberg che nella sua comunicazione non violenta (CNV) afferma che tale comunicazione è risolutiva di conflitti in quanto si basa sul convincimento che tutti gli esseri umani sperimentano la capacità della compassione (soffrire con l'altro). 
        Questa comunicazione, CNV, si concentra su tre aspetti della comunicazione: 
        L'auto-empatia (consapevole e compassionevole esperienza interiore). 
        L'empatia (ascoltare l'altro con profonda compassione). 
        L'auto-espressione onesta (esprimersi in modo autentico e vero).
        In sintesi, accogliamo ciò che avviene nell'altro con empatia, senza ascoltare né giudizi né critiche.
        Mentre i quattro punti chiave dell CNV sono:
        • Osservazione oggettiva dei fatti. Comunicare i fatti, avulsi da qualsiasi giudizio o valutazione.
        • Dichiarazione delle sensazioni che questi fatti creano in me. Comunicare apertamente ciò che sento. «Ho paura». «Sono nervosa». «Sono contrariata». «Sono demoralizzata». «Sono delusa». «Non sono a mio agio»...
        • Dichiarazione dei bisogni non soddisfatti (che stanno alla base delle mie emozioni/percezioni).  Comunicare ciò di cui ho bisogno in quel momento.
        • Richiesta. Comunicare ciò che desidero che l'altro faccia per rendere la mia vita più bella. Comunicare le mie aspettative senza colpevolizzare o giudicare.
        "La violenza è l'espressione tragica di bisogni non soddisfatti. È la manifestazione dell'impotenza e/o della disperazione di una persona talmente priva di risorse da pensare che le proprie parole non siano sufficienti a farsi capire. Allora attacca, grida, aggredisce". 

        Marshall Bertram Rosenberg. 


        Continua...

        sinforosa castoro

        venerdì 28 agosto 2015

        La piramide di Maslow. Emozioni. Parte 2°

        ... Segue dal precedente post:

        • Le emozioni - connesse strettamente alle percezioni/sensazioni, ai pensieri e azioni - non sono da catalogare in "buone" o "cattive", perché tutte, e tutte le loro sfumature, sono, per noi, di grande utilità in quanto ci aiutano a individuare eventuali pericoli esterni e a capire cosa è importante per noi. In definitiva, le emozioni ci danno informazioni sui nostri veri bisogni.
        • Abraham Maslow,  (psicologo statunitense), con i suoi studi sui bisogni umani, raccolti nella sua opera: Una teoria della motivazione umana, elenca una "gerarchia di bisogni" (inizialmente cinque, in seguito diventarono otto) attraverso i quali ogni individuo può raggiungere la piena realizzazione di sé passando attraverso vari step. Di seguito analizzeremo la piramide di Maslow con i suoi cinque livelli dei bisogni umani. 
        • Secondo la struttura di tale piramide alla base ci stanno i bisogni materiali-primari e mano mano si sale si  incontrano i bisogni sempre più immateriali-spirituali. Quindi, il processo ascendente va dalla soddisfazione dei bisogni primari-materiali a quelli più strettamente immateriali-spirituali. Solo se soddisfatti quelli dello step precedente o inferiore, si sente il bisogno di quelli dello step seguente o superiore.
        • Bisogni fisiologici. Bisogni che ogni essere umano deve soddisfare per garantire la propria sopravvivenza: aria-acqua-cibo-sonno.
        • Bisogni di sicurezza. Soddisfatti i bisogni fisiologici, l’essere umano si preoccupa della propria sicurezza e incolumità: casa-protezione-ordine-sicurezza-legge-stabilità.
        • Bisogni di Appartenenza. Soddisfatte le necessità dei due step precedenti, l’essere umano sente il bisogno di appartenenza e di amore. L’assenza della loro soddisfazione potrebbe portare a forme di ansia e depressione: famiglia-amici-accettazione-gruppi sociali-interagire e comunicare con gli altri.
        • Bisogni di stima. Soddisfazione affettiva-familiare, amicale, in ambito professionale e privato, fiducia nelle proprie capacità: -rispetto da parte degli altri-lavoro/studio-responsabilità.
        • Bisogni di auto-realizzazione. A questo punto della piramide ci stanno i bisogni che riguardano le sfide intellettuali necessarie per accrescere la propria intelligenza e la comprensione del mondo medesimo: identificazione-consapevolezza di sé-percepire che la vita ha un senso- desiderio di esplorare, conoscere, scoprire-fare nuove esperienze.
        • Bisogni estetici. Soddisfatti questi primi cinque fondamentali bisogni, gli esseri umani vengono motivati a successivi bisogni: estetica-equilibrio-bellezza-arte-musica.
        • Realizzazione di sé stessi. Lo step successivo riguarda il bisogno di essere totalmente e pienamente realizzato e cioè essere il meglio di ciò che si può essere. (Maslow affermava che: “Ciò che un uomo può essere, deve esserlo”): continua crescita di sé-piena soddisfazione in tutti gli ambiti della vita.
        • Trascendenza. Questo ultimo step è raggiunto solamente se pienamente raggiunti e quindi appagati i bisogni degli altri sette step. Questo è il bisogno di aiutare gli altri a realizzarsi a loro volta: altruismo.
        Lasciando perdere tutte le variabili di tale teoria, questo studio ci fa comprendere quanto la soddisfazione dei bisogni stia alla base di una buona vita emotiva.
        In altre parole, quando percepiamo che i nostri bisogni siano soddisfatti o stiano per esserlo proviamo delle emozioni positive, al contrario proviamo emozioni negative, che, se non riconosciute, a lungo andare, possono portare a veri malesseri.
        • È importante, quindi, accogliere e conoscere le nostre emozioni, perché l'evitarle o sfuggirle può condurre a malesseri più o meno intensi/gravi. E poi, diciamocelo, possiamo evitare o sfuggire un evento esterno a noi, molto più difficoltoso è sfuggire o evitare un pensiero o una sensazione. 
        In poche parole, prima le conosciamo e le accogliamo, 'ste benedette emozioni, e meglio è.

        Dal web
        Continua...

        sinforosa castoro

        lunedì 24 agosto 2015

        Emozion. Parte 1°

        Fra pochi giorni inizierà un nuovo anno scolastico e per piccoli e grandi sarà tempo di forti emozioni e allora, in estrema sintesi e con parole semplici, cerchiamo di esplorare un po' cosa sono, come si manifestano ecc... le emozioni.
        Cosa significa la parola emozione? Dal lat. tardo emotio da emovéo "smuovere" attraverso il fr. émotion (1534), in it. arriva entro l'inizio del Settecento: forte moto dell'animo.
        • Le emozioni sono risposte a stimoli interni o esterni a me. Le emozioni sono caratterizzate da manifestazioni fisiche legate alla percezione che si ha di quella data situazione, sia che si attui in uno spazio esterno a me o interno a me. Insomma, un evento, sia che avvenga nell'ambiente intorno a me (esterno) o nel mio spazio mentale (interno), mi procura una emozione in base a come io lo percepisco. 
        Esempio, per stare in tema col post di ieri:
        Devo fare un lungo viaggio in aereo.
        Questo evento può provocarmi diverse tipologie di emozione: dall'euforia, all'angoscia, passando dalla gioia, allo stupore, alla paura eccetera, secondo a come percepisco l'evento medesimo.
        • È facile quindi comprendere che il modo di percepire un determinato evento, sia esterno che interno a me, condizioni poi altre manifestazioni psicologiche come può essere il comportamento, l'attenzione, la memoria e via discorrendo. 
        Ritornando all'esempio sopra-descritto:
        Sono così entusiasta che non vedo l'ora di salire sull'aereo e il mio cuore batte all'impazzata dalla gioia. 
        Sono così spaventata che vorrei fuggire dall'aeroporto e mi sento il cuore in gola dalla paura.
        • Un autore, Paul Ekman (psicologo statunitense, uno dei più autorevoli del ventesimo secolo)  ha differenziato sei tipologie di emozioni (che lui definisce primarie e dalle quali deriverebbero tutte le altre, con le più svariate sfumature) sostenendo poi che queste emozioni - comuni a tutti i popoli e culture della terra e identificabili attraverso un linguaggio mimico-facciale - sono un vero e proprio meccanismo automatico in grado di darci informazioni su come viviamo un determinato evento e aiutarci a rispondere al cambiamento. È superfluo ricordare ancora che ciò che scatena le emozioni (il modo di percepire un evento), invece, non sia affatto universale ma, al contrario, sia alquanto soggettivo.
        • Le sei tipologie di emozioni descritte da Ekman sono: rabbia, disgusto, tristezza, gioia, paura, sorpresa e ovviamente tutte le loro infinite variabili.
        Continua...


        sinforosa castoro

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